Salvemini istituto
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Il 6 dicembre 1990 è una data che certamente gli abitanti della piccola cittadina di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, non hanno dimenticato con facilità. In questa data, infatti, avvenne un grave fatto che sconvolse l’intera cittadinanza, facendo esplodere un caso mediatico che tutt’ora ha da far parlare.
Nella mattinata del 6 dicembre, il giovane pilota ventiquattrenne Bruno Viviani alla guida del suo aereo Mb 326 Macchi dell’Aeronautica militare si esercitava sopra i cieli di Casalecchio: tuttavia, constatando l’ingovernabilità del mezzo decise di espellersi con il seggiolino eiettabile, lasciando l’aviogetto in balia di sé stesso. Quest’ultimo, dopo una serie di rocambolesche piroette, puntò dritto verso l’Istituto Tecnico “G. Salvemini”, in cui si stavano tenendo le normali lezioni.Il velivolo colpì la classe della II A dove erano presenti sedici ragazzi e l’insegnante di tedesco. Dodici di questi moriranno sul colpo, gli altri quattro e l’insegnante rimarranno gravemente feriti. Tuttavia la strage non si era ancora conclusa: il serbatoio per il carburante dell’aereo, lesionato su un lato, iniziò a perdere combustibile che di lì a poco prese fuoco.

Le fiamme di estesero all’intero edificio colpendo anche quelle parti di edificio rimaste in piedi dopo lo schianto; inoltre i piani superiori divennero, a causa del denso fumo nero accumulatosi, delle vere camere a gas dove i detriti sbarravano la strada agli studenti e agli insegnanti fuggitivi. Nella disperazione e nel panico generale molti di questi si gettarono dalle finestre riportando diverse fratture. In totale saranno 88 i feriti, di cui 72 divenuti invalidi a vita. Intervenuti i servizi di emergenza sul posto, presero avvio immediatamente anche le indagini: le cause dell’incidente furono attribuite ad un guasto tecnico che probabilmente il pilota aveva già precedentemente rilevato a Ferrara, ma, non si sa per quale motivo, aspettando di arrivare nel Bolognese per paracadutarsi.

Partito il processo, il caso presentava già dal principio la volontà delle istituzioni, in particolare del Ministero della Difesa, di chiudere il processo il più velocemente possibile, onde calmare la rabbia degli studenti che intanto si erano riuniti in una associazione. In primo grado il pilota e altri due militari di istanza il giorno dell’incidente (un colonnello e un ufficiale della torre di controllo) furono condannati a due anni e sei mesi di carcere con l’accusa di disastro aereo colposo. Ma i tre ricorsero all’Appello che assolse gli imputati completamente.  Lo sconcerto dei ragazzi alla notizia dell’assoluzione è ancora vivo nei quattro sopravvissuti che ricordano: «Uno scandalo, una brutta batosta per noi ragazzi. In un lampo ci ha spento ogni illusione di giustizia». A ormai 30 anni di distanza la questione è ancora aperta per i familiari delle vittime, ma non per lo Stato che con una sentenza della Cassazione del 1998 ha imputato il fatto ad un gravissimo incidente, senza responsabili, rigettando i ricorsi intrapresi dalle famiglie degli studenti morti.

Fonti:
Per approfondimenti, con interviste e ricostruzioni è disponibile il libro con DVD “I ragazzi del Salvemini” – Bacchilegga Editore. Il trailer del documentario a questo link http://www.flashvideo.it/video/scheda/1103/.

Di Simona Amadori

Marchigiana di nascita, torinese d’adozione, sono laureata magistrale in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi sul femminismo e la nascita del servizio consultoriale torinese. Attualmente sono Professoressa di Italiano, Storia e Geografia. Amo scrivere e soprattutto scrivere di storia, con un occhio di riguardo verso la sua contemporaneità e ai suoi eventi più particolari. Altra mia passione sono i Gender Studies, campo in cui mi sono specializzata. Campo di studi: Storia contemporanea, studi di genere, storia delle donne Contatti: simona.amadori90@gmail.com

Un pensiero su “La strage dell’Istituto Salvemini: fatalità o insabbiamento?”
  1. C’è da augurarsi che la difesa della Pattia e della popolazione civile non sia nelle mani di chi, piuttosto che rischiare la propria vita, come hanno fatto tanti militari dediti al proprio dovere in tempi di guerra e di pace, la antepone a quellla della popolazione civile abbandonando un apparecchio a se stesso col rischio di compiere una strage. Se poi i protocolli autorizzano una simile condotta significa che siamo nelle mani non solo di codardi ma anche di irresponsabili e pressapochiti criminali. L ostinata difesa della categoria non rende onore alle forze armate e a chi ne ha fatto e ne fa degnamente parte a costo di grandi sacrifici, né allo Stato che viene percepito in queste deplorevoli occasioni come un nemico.. non scordiamoci degli insabbiamenti del caso Ustica e della mancata giustizia per il disastro del Cermis. Brutte pagine per le aeronautiche italiana e alleate

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