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Inforcare una bicicletta, testare la propria resistenza fisica, allenarsi. Una faccenda che può sembrare banale oggi, dove il mondo dello sport è costellato di brillanti atlete; ma non è sempre stato così e forse non è ancora del tutto accettato il binomio donna-sport. Cercare di emergere soprattutto in discipline agonistiche prettamente maschili ha rappresentato per moltissime sportive un cammino pionieristico e la storia di Alfonsina Strada incarna un vero e proprio viaggio verso la propria autodeterminazione come donna e come atleta.

Le origini

Alfonsa Morini nasce il 16 marzo 1891, a Castelfranco Emilia, nella provincia di Modena. Seconda di dieci figli, Alfonsa cresce in una famiglia umile: l’ambiente non è dei più salubri, ma i genitori , nonostante le difficoltà economiche, cercano di allevare la propria prole nel migliore dei modi, instillando anche nelle prime figlie, Emma e Alfonsa, la socialità e la compassione verso il prossimo. I Morini, infatti, in questo periodo, crescono anche bambini e ragazzini abbandonati, provenienti dagli orfanotrofi limitrofi, ricevendo anche un sussidio governativo per la loro opera. Tuttavia, alla nascita del terzogenito, la famiglia decide di interrompere gli affidi e di trasferirsi a Castenaso, vicino Bologna, dove nasceranno gli altri sette figli.

Alfonsa non segue le orme dei genitori, contadini; preferisce imparare un mestiere diverso, quello di sarta, che apprende in un piccolo laboratorio nella vicina Bologna. È in questi fatidici anni che Alfonsina incontra per la prima volta il suo più grande amore, ovvero la bicicletta. Alcune fonti riportano il 1897 come anno, altri ancora il 1911: fatto sta che il velocipede entra nella vita della ragazza grazie al padre che acquista quel “catenaccio” da un medico della zona e il genitore mai avrebbe potuto pensare che tra quel ferro arrugginito e la ragazza si instaurasse un legame così indissolubile.

Come nasce una passione

Inizia così l’entusiasmo per il ciclismo di Alfonsina, sempre pronta a sfrecciare per i colli bolognesi con la sua bicicletta sgangherata: l’ebbrezza della libertà provata in sella diventa più di una passione e ben presto si trasformerà in qualcosa di più. Negli anni della Grande Guerra Alfonsina si era intanto trasferita a Milano, dove conobbe il suo futuro consorte, Luigi Strada, che sposerà solo negli anni Venti. La donna condivide le sue prime gare clandestine con il marito, che tuttavia, torna dalla guerra talmente traumatizzato, che sembri non condividere più quella passione per la velocità su due ruote con la moglie, che sposa nel 1922.  Ma Alfonsina, nonostante le malelingue e gli usi del tempo che vedono come eccessivo e scandaloso per una donna esibirsi in questo sport, continua la sua pedalata verso il successo; la destrezza e le potenti capacità si fanno sempre più notare. Il marito della donna ormai è irrecuperabile e costretto al ricovero in manicomio: Alfonsina decide quindi di tornare nel bolognese dove tra il confezionamento di abiti e le gare tenta di portare a casa qualche soldo per la sua sopravvivenza.

La svolta

Alla fine del primo conflitto mondiale l’Italia tenta di tornare alla normalità pre-guerra e ricominciano gli eventi e le attività sportive, tra cui le Olimpiadi e anche il seguitissimo Giro d’Italia.  Da anni Alfonsina si tiene in allenamento, in attesa della sua grande occasione, che finalmente giunge nel 1924 e che le sconvolgerà completamente la vita. Per il Giro d’Italia di quell’anno l’organizzazione non riesce a trovare iscritti poiché alcune delle case ciclistiche sono in conflitto con quest’ultima, causa alcune innovazioni introdotte per il nuovo evento: si rende quindi necessario reperire nuovi partecipanti . Emilio Colombo, all’epoca direttore de “La Gazzetta dello Sport”, nonché co-organizzatore della più importante manifestazione ciclistica italiana, in conflitto non solo con il regolamento, ma anche con la morale fascista del tempo, decide di sfidare la sorte e accetta l’iscrizione di Alfonsina, a soli tre giorni dall’inizio.

Il Giro inizia ufficialmente il 10 maggio, per concludersi il 1° giugno, snodandosi per 3613 km lungo tutto la penisola. Per Alfonsina si tratta di un’esperienza sì faticosa, ma agognata: finalmente ha la possibilità di mettersi alla prova, finalmente può partecipare ad una competizione ufficiale, finalmente può dimostrare a tutti la sua stoffa. Ma i problemi legati al suo sesso fanno continuamente capolino durante la competizione: che divisa doveva portare, dove si sarebbe fatta la doccia, chi sarebbe stato il suo massaggiatore, in che stanza avrebbe dovuto dormire. Tutte questioni care all’organizzazione e alla stampa, ma senza fondamento per quella pioniera, il cui unico desiderio era pedalare.

Alfonsina deve fare i conti anche con i compagni di “viaggio”, tutti uomini che vedono come un affronto la sua partecipazione e pochi saranno quelli che le dimostreranno solidarietà, in una delle gare cicliste più dure di tutte. La ciclista poco si cura dell’insensibilità e della mancanza di sportività degli altri atleti e porta avanti il suo obiettivo: dimostrare a tutti che anche una donna può terminare il Giro d’Italia, scardinando lo stereotipo del sesso debole, incapace di svolgere attività fisica a livello agonistico.

Una “sudata” rivincita

Durante le numerose tappe lungo lo Stivale, Alfonsina non mancò di trovarsi in difficoltà, in particolare nella tappa Bologna-Fiume che la costrinse a pedalare per 21 ore senza soste. Il sessismo imperante e gli scherni da parte dei giornalisti la accompagnarono per tutta la durata della gara, ma al traguardo tutti gli uomini dovettero ammettere che la tenacia di questa donna superava ogni possibile previsione. Infatti, dei novanta partecipanti alla competizione solo in trenta riuscirono ad arrivare alla fine, e tra questi trenta vi era la coraggiosa Alfonsina.

La “Regina del Giro” così verrà ribattezzata aveva dimostrato a tutti che si sbagliavano, che le diseguaglianze di genere esistono esclusivamente nelle menti della comunità. Dichiarò infatti al Guerin Sportivo:

«Sono una donna, è vero. E può darsi che non sia molto estetica e graziosa una donna che corre in bicicletta. Vede come sono ridotta? Non sono mai stata bella; ora sono… un mostro. Ma che dovevo fare? La puttana? Ho un marito al manicomio che devo aiutare; ho una bimba al collegio che mi costa 10 lire al giorno. Ad Aquila avevo raggranellato 500 lire che spedii subito e che mi servirono per mettere a posto tante cose. Ho le gambe buone, i pubblici di tutta Italia (specie le donne e le madri) mi trattano con entusiasmo. Non sono pentita. Ho avuto delle amarezze, qualcuno mi ha schernita; ma io sono soddisfatta e so di avere fatto bene.»

Il Giro del 1924 rappresentò solo l’inizio delle soddisfazioni per Alfonsina che in seguito partecipò anche ad altre competizioni, sfidando altre note cicliste apparse sul panorama europeo. Girò il continente, visse nuove avventure anche come circense e alla fine tornò a Milano, dove aprì un negozio di biciclette con il secondo marito. All’età di 68 anni un infarto la coglie, mentre tenta di avviare la sua Moto Guzzi, di ritorno dalla Gara delle Tre Valli Varesine.

La bicicletta e Alfonsina: due femminili che si intrecciano e si sostengono nelle rispettive lotte per la propria affermazione, l’una come nuovo mezzo di trasporto, l’altra come persona, scavalcando quelle visioni e costruzioni prestabilite così dannose per l’evoluzione dell’intera umanità.

Qui un breve video con la descrizione di alcune delle gesta di Alfosina durante il Giro del 1924

Fonti:

Maria Canella, Sergio Giuntini, Ivano Granata, Donna e sport, Franco Angeli, Milano, 2019

Paolo Fachinetti, Gli anni ruggenti di Alfonsina Strada, Ediciclo Editore, Portogruaro, 2004

Di Simona Amadori

Marchigiana di nascita, torinese d’adozione, sono laureata magistrale in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi sul femminismo e la nascita del servizio consultoriale torinese. Attualmente sono Professoressa di Italiano, Storia e Geografia. Amo scrivere e soprattutto scrivere di storia, con un occhio di riguardo verso la sua contemporaneità e ai suoi eventi più particolari. Altra mia passione sono i Gender Studies, campo in cui mi sono specializzata. Campo di studi: Storia contemporanea, studi di genere, storia delle donne Contatti: simona.amadori90@gmail.com

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