Gravidanza e parti in età moderna
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Gli eventi legati alla procreazione vengono erroneamente percepiti, talvolta, come statici e immutabili nel tempo. Si pensa ad epoche lontane da noi come estranee dal punto di vista affettivo genitoriale e si riflette su temi sferzanti quali l’aborto o il legame tra corpo della donna gravida-corpo del feto senza meditare che perfino materie apparentemente delicatissime possano essere state considerate in tutt’altro modo in età differenti da quella attuale. Se vi dicessi che in età moderna non si sapeva quanto durasse una gravidanza? O se accennassi al fatto che l’aborto nel medesimo periodo non era considerato omicidio fino a gravidanza inoltrata? Se ponderassi gli eventi fisiologici procreativi femminili come assolutamente intimi prima dell’età contemporanea e non soggetti al controllo dello Stato come è da ritenersi oggi?

Procreazione e alimentazione


In età moderna la procreazione è considerata fondamentale nel matrimonio e la sterilità è attribuita sempre come colpa alla donna. La donna percepisce i primi movimenti fetali intorno al quarto o quinto mese, momento in cui si credeva che il bambino ricevesse l’anima. Fino all’’800 in Inghilterra l’aborto spontaneo prima della percezione dei movimenti è descritto come perdita di sangue raggrumato, non come morte del bambino. Nel ‘500 circolano i primi manuali per le precauzioni per le levatrici. Ci si preoccupa molto del benessere mentale della gestante, preoccupandosi per le sue fantasie, che si temeva potessero lasciare un segno sul bambino. L’assistenza al parto, che comprendeva amiche e vicine di casa era un evento preso talmente sul serio che le accuse di stregoneria spesso traevano origine dalle maledizioni lanciate da una vicina infuriata per non essere stata invitata. Il parto è una questione di esclusiva pertinenza femminile fino alla metà del ‘600 in tutta Europa e, in certe zone, fino al ‘900. Il marito e i medici intervenivano solo in caso di decesso. La situazione si modifica i Francia intorno alla metà del ‘600, quando tra l’aristocrazia si diffonde la moda degli “ostetrici maschi”, tendenza che si espande contemporaneamente anche in Inghilterra in seguito all’invenzione del forcipe da parte dei fratelli Chamberlain. A metà del ‘700 invece sono aperte in Italia del nord scuole di ginecologia rivolte alle donne.

Albrecht Dürer, La nascita di Maria, incisione, 1503 circa. Anche se rappresenta la nascita di Maria, l’immagine rappresenta inequivocabilmente una scena di natività tipica del ‘500, con numerose donne intorno alla puerpera, il bambino immerso in acqua e la levatrice stanca che si addormenta.

Nella camera da letto adibita al parto le donne invitate collocano oggetti quali amuleti, reliquie di santi ed erbe speciali, recitano preghiere, cucinano vin brulé per la partoriente e preparano le fasce per il neonato. La tecnica del parto varia a seconda della preferenza della futura madre e della levatrice, la quale interviene quando necessario. Le levatrici sono considerate responsabili della salute fisica e spirituale del neonato (non a caso spesso erano rivolte loro accuse di stregoneria). Vista la veemenza con cui si condannavano le pratiche anticoncezionali, è da ritenere che le coppie le usassero regolarmente (astinenza, coito interrotto, preservativi ricavati da vesciche o intestini di animali), ovviamente per solo assenso del marito. Spesso alle puerpere era imposto un periodo di convalescenza a causa di tabù religiosi sull’impurità. In età premoderna frequentemente le donne allattavano seguendo i bisogni del bambino fino ai due anni di quest’ultimo. Le aristocratiche invero ricorrevano alle balie per motivi mondani e per impegni familiari: era loro dovere mettere al mondo tanti figli e assecondare gli ardori del coniuge, il quale deteneva il diritto di affidare il figlio a una nutrice. Molte nutrici si affezionavano agli infanti e certi studi sostengono che nell’Europa premoderna i bambini crescessero con turbe emotive determinate anche dal sistema del baliatico. Le madri della prima età moderna amavano i propri figli ed erano afflitte se dovevano distaccarsene per motivi di sussistenza. Se molte donne in seguito alla morte di un figlio cadevano in depressione o arrivavano al suicidio, quelle che non provavano amore materno erano considerate malate di mente.

Gravidanza nel ‘500 e ‘600


Per tutto il ‘500 e il ‘600 anche una gravidanza avanzata può sfuggire alla griglia diagnostica dell’epoca, tanto più che il suo inizio non viene fatto coincidere immediatamente con l’amenorrea e a parte qualche segnale (nausee, ingrossamento del seno, allargamento della vita) solo il movimento del feto avvertito dalla donna costituisce un indizio probante (tanto che, in caso di procurato aborto, si parlava di omicidio solo se la donna non aveva ancora percepito movimenti). Ancora a fine ‘600 i casi di “false” gravidanze rimangono frequenti. L’incapacità di datare il concepimento, inoltre, ha conseguenze sulla durata attribuita ala gestazione, prolungando il termine della gravidanza anche fino a undici o dodici mesi, con ricaduta sul correlato condizionamento alimentare (ritenuto assai importante) ovvero sulla dieta che si pensava dovesse seguire una donna gravida. Nell’incertezza della diagnosi, appunto, il ruolo che ricopre il cibo non ha solo finalità dietetica, ma rientra in un legame con gli umori corporei, il quale può offrire (secondo i manuali di ostetricia dell’epoca) il tanto atteso responso. Si asseriva in aggiunta che il ricorso agli alimenti poteva determinare anche il sesso del nascituro. Anche il latte della paziente gravida è un segnale utile: denso e bianco in caso di concepimento maschile e liquido e sieroso in caso di quello femminile.

Masaccio, Madonna del solletico, tempera su tavola, 1426. La Madonna regge in braccio il Bambino in fasce e con la destra lo benedice alzando due dita, ma il gesto si tramuta in un gesto più familiare, forse di solletico, che lo fa ridere e gli fa afferrare il polso della madre con le manine, in una rappresentazione insolita.


Convinzione diffusa era quella che attribuiva malformazioni o malattie del feto al comportamento indotto dalla madre: ad esempio se ella avesse desiderato mangiare carne di lepre avrebbe partorito un figlio con labbro leporino (associazione viva fino all’Ottocento). Durante la gravidanza era vietato ogni tipo di digiuno ed era raccomandato il moderato utilizzo di sale. Ne emerge una concezione di tale stato posta liminalmente tra salute e malattia. Ovviamente tutte queste imposizioni valevano esclusivamente per l’èlite, l’unica a cui premeva l’imperativo della riproduzione e la sola a poter beneficiare della medicina istituzionale.


I medici e ostetrici di ‘500 e ‘600 sono abituati all’alto tasso di decesso per parto, eppure lo considerano non un esito inevitabile, ma la conseguenza di una cattiva assistenza. La nuova tecnica del taglio cesareo, effettuata con successo su una donna viva solo da fine ‘500, ha generato inedite aspettative di sopravvivenza anche in caso di parto con complicanze. La setticemia venne combattuta efficacemente solo a partire dall’’800, mentre i casi di posizione irregolare del feto non traggono beneficio dalla “medicalizzazione” della nascita. Ancora in epoca moderna i casi di sopravvivenza al parto rimangono sostanzialmente invariati rispetto alle epoche precedenti. L’intervento del chirurgo fino a ‘700 inoltrato rimane ancorato a casi disperati di morte certa della donna e del feto. Possiamo trarre un’immagine statica del parto, considerato un evento assimilabile a un combattimento potenzialmente mortale. La donna, affrontando la morte, trova nel cibo un valido alleato come sostentamento e conforto. Si crede infatti che il buon nutrimento fosse importante per un felice esito del parto. L’aglio, ad esempio, era considerato utile nell’espulsione della placenta qualora essa fosse tardiva. Tuorlo e albume d’uovo vengono inoltre inseriti nella vagina per l’estrazione della placenta, o più spesso veniva in questi casi fatto mangiare alla partoriente un uovo crudo per indurle il vomito, che si pensava ricoprisse un’azione coaudivante al rilascio del sacco amniotico. Il cibo riveste medesima finalità di aiuto in caso di estrazione di un bambino morto, oltre che di conforto. Nella fase di separazione tra madre e neonato (molto netta nella società altolocata dell’età moderna, in cui il bambino solitamente veniva affidato a una balia fino in età scolare) il cibo riveste una funzione topica. Spesso ad esempio al neonato viene fatto bere del vino, finalizzato ad aprirgli le vie respiratorie e a dargli forza dopo il trauma.

Le probabilità di morire durante il puerperio sono talmente alte che questa fase è considerata critica tanto quanto il parto. Se le mammane sostengono in questo momento un’ipernutrizione della puerpera, i medici vi si oppongono radicalmente: per il medico nutre ciò che viene correttamente ingerito, per l’attitudine collettiva tutto ciò che viene ingerito. In questa delicata fase si selezionano alimenti sostanziosi e in grado di controbilanciare alle asperità fino ad ora passate, ovvero cibi dolci. Nell’intendimento popolare quindi si realizza quasi una sovrapposizione tra apparato digerente e riproduttivo, rimasto vuoto e da colmare, mentre la medicina colta pensa al coito come risposta a un utero insaziabile

Fecondità in era moderna


Nella seconda metà del Cinquecento l’anatomia e la fisiologia del corpo femminile diventano oggetto di un acceso dibattito fra gli studiosi di medicina, che pur tenendo in conto gli esperimenti anatomici dei loro contemporanei Andrea Vesalio e Gabriele Falloppio continuano a far riferimento agli scritti di Aristotele, Ippocrate e Galeno. La questione piú controversa, che vide contrapposti aristotelici e galenisti, era quella relativa all’esistenza e alla funzione del liquido seminale femminile. I primi sostengono che le donne non producono seme né alcunché di simile e quindi non partecipano alla formazione del feto e che il sangue mestruale ha la sola funzione di fornire la materia per lo sviluppo dell’embrione. I seguaci di Galeno, invece, affermano che anche la donna produce liquido seminale per la formazione del feto, ma piú freddo e meno attivo di quello dell’uomo, il quale dunque rimane il genitore principale. Secondo questi ultimi la donna ricopre un ruolo anche nella determinazione del sesso del bambino, che per Aristotele dipendeva solo dal padre, pur essendo influenzato dalle condizioni del rapporto sessuale: se tali condizioni erano ottimali sarebbe nato un maschio.


A poco a poco le argomentazioni dei galenisti conquistano piú credito poichè permettevano di spiegare la somiglianza del figlio alla madre, ma nel frattempo altri scienziati europei notano l’importanza del liquido seminale maschile ancor piú di quanto avesse fatto Aristotele. William Harvey (1578-1657), che nella sostanza condivideva la tesi di Galeno, ritiene che le femmine umane, come i polli, producano uova che contribuiscono alla formazione del feto, ma crede che lo spermio sia talmente potente da non dover entrare in contatto con l’uovo per fecondarlo. Disseziona un gran numero di cervidi femmine subito dopo l’accoppiamento, ma nei loro uteri non riesce a vedere spermatozoi, che dunque deve agire a distanza, come un magnete. A suo avviso il seme maschile non solo fertilizza l’uovo, ma ha un tale potere fecondativo che la donna subisce un mutamento radicale nella mente e nel corpo. Anton von Leeuwenhoek (1632-1723) appoggia il punto di vista aristotelico sulla base di quella che ritiene la prova piú evidente: al microscopio, che proprio in questo periodo viene perfezionato, crede di vedere negli spermatozoi degli esseri preformati e afferma che Dio ve ne ha collocati in quantità sufficiente da permettere l’eterno perpetuarsi della specie umana. Gli pare anche di scorgere sottili differenze che attribuisce al sesso, il quale dunque è determinato dagli spermatozoi. Questa concezione «spermatica» dell’embriologia è confutata dagli esponenti dell’«ovismo», come il fisiologo svizzero Albrecht von Haller (1708-77), i quali ritengono che gli organismi preformati si trovavano nella cellula uovo, non nello sperma. La posizione «ovista» spaventa molto il mondo scientifico maschile, che in generale la accoglie mettendola in ridicolo, chiedendosi quanti dovevano essere gli umani contenuti negli ovuli di Eva per durare fino alla fine dei tempi, soprattutto perché ciascuna donna doveva a sua volta contenere tutta la propria futura progenie. Il problema, ovviamente, si pone anche per gli «animalculisti» e si finisce per concludere che in qualche modo entrambi i genitori debbano essere indispensabili alla procreazione. La funzione dell’uovo sarà interpretata correttamente soltanto nel 1827, molto tardi se si considera che lo spermatozoo era già stato scoperto da Leeuwenhoek poco dopo il 1670.

Dal ‘700 al ‘900, la medicalizzazione


I medici diventano, dal Settecento in poi, i protettori e gli istruttori del corpo delle donne. Gli ostetrici sostituiscono le levatrici e i progressi dell’ostetricia salvano molte madri e molti figli, ma instaurano al tempo stesso un diritto di controllo sul seno e sul ventre delle donne. Esse devono nutrire; il latte materno, salvezza dei neonati decimati dal ricorso alle balie mercenarie, diventa l’elisir della nazione e l’allattamento un compito metodico e patriottico. Esse devono procreare e i medici sono i primi a denunciare le levatrici “fabbricanti di angeli”, complici delle donne desiderose di abortire. Il dottor Jacques Bertillon vede nella generalizzazione dell’aborto la principale causa de Lo spopolamento della Francia (titolo di un suo libro del 1911) ed esorta lo Stato a perseguire i neomalthusiani (coloro che si richiamavano al neomalthusianismo, ovvero al pensiero che si riferisce alla teoria della popolazione dell’economista inglese T.R. Malthus, la quale indica una dottrina secondo la quale si rendono necessari un controllo e una limitazione del numero delle nascite mediante pratiche anticoncezionali per poter elevare il generale tenore di vita), propagandisti di una moderna contraccezione: «Donna, impara a essere madre solo se lo vuoi», dicono i volantini che costoro distribuiscono all’uscita delle fabbriche. E vengono arrestati e condannati per aver lottato in favore di questa libertà.


I medici e i demografi sono perciò all’origine dell’irrigidimento dello Stato e delle leggi repressive del 1920 e 1923, che proibiscono qualunque propaganda contraccettiva, perfino qualunque educazione sessuale e sostengono la repressione dell’aborto classificandolo come reato correzionale. La diminuzione della natalità fa della nascita un affare dello Stato, che elabora una legislazione repressiva e una forte politica d’incoraggiamento mediante gli assegni familiari, che ha tra i suoi risultati il baby boom. Queste politiche favoriscono costantemente la madre a scapito della donna attiva. Fino a tempi recentissimi, il lavoro salariato delle donne è sempre stato considerato secondario e complementare.

17 maggio 1978, Referendum sull’aborto, Italia

I regimi totalitari del Novecento – fascismo, nazismo, regime di Vichy – radicalizzano, in vario grado, questa strumentalizzazione del corpo delle donne, che nei lebensraum nazisti è posto al servizio della selezione razziale.’
Il corpo della donna non appartiene solo alla famiglia, ma alla nazione, addirittura alla razza, e il biopotere, la biopolitica si esercita sul corpo della madre.
L’atteggiamento della Chiesa è diverso. Essa può anche opporsi allo Stato poiché è ostile a qualunque intervento umano sulla generazione. Essa si oppone, per esempio, alla selezione nazista, ma anche a qualunque pratica anticoncezionale cosiddetta non naturale. A questo titolo, essa è e rimane in Europa la principale forza di opposizione all’aborto. Lo Stato e la Chiesa, pur differendo, sono concordi nel difendere la subordinazione della donna ai propri doveri di madre.


Fuori dal matrimonio le donne sono considerate in pericolo, rischiano di venire molestate, immobilizzate, addirittura stuprate. “Farsi una ragazza” è una forma d’iniziazione collettiva delle bande giovanili, nel Medioevo e oltre. Le più minacciate sono le ragazze più socialmente vulnerabili: le domestiche delle campagne, così esposte nella promiscuità delle camere comuni; le serve di città collocate dalle famiglie, che il padrone e i suoi figli considerano un normale prodotto di consumo, esattamente come era avvenuto per tutta l’età moderna quando, se una ragazza rimaneva incinta dopo uno stupro, la sua unica alternativa per tutelare il proprio onore era di sposare il proprio stupratore. Ne risultano numerose nascite indesiderate, delle quali le ragazze sedotte si sbarazzano con l’infanticidio, reato che nel corso dell’Ottocento la legge punisce sempre più severamente, pur chiudendo le ruote (congegni girevoli installati alla porta di certi conventi per consentire di deporvi i neonati) che rendono possibile l’abbandono. Poiché il codice civile ha abolito il diritto di ricerca di paternità esistente sotto l’ancien régime, il quale imponeva al seduttore di sposare la propria conquista, le ragazze sole sono sempre più esposte alla violenza sessuale.

La maternità dopo il ‘68 in Italia

Noi siamo stufe di abortire ogni volta col rischio di morire, il nostro corpo ci appartiene, per tutto questo lottiamo insieme […]”

– canzone “Siamo stufe”, Canzoniere femminista


In Italia al giorno d’oggi interrompere una gravidanza è difficile tanto quanto scegliere di diventare madri. In Spagna, Polonia, alcuni stati degli USA governi conservatori modificano le norme per accedere all’aborto, mentre in Italia si cerca di boicottare la legge, sfruttando impropriamente l’obiezione di coscienza ed estendendola anche alla prescrizione di farmaci contraccettivi di emergenza. Strenue è anche la non propensione per quanto riguarda l’aborto farmacologico. Nessuno, a parte taluni pro-life contestano la legge, ma in moltissimi cercano di aggirarla. A febbraio 2017 ha fatto clamore la scelta della Regione Lazio di autorizzare al San Camillo di Roma un concorso per due medici finalizzato ad applicare la legge 194. Nel 2016 Donald Trump, circondato da un gruppo di uomini, ha firmato un ordine esecutivo per ripristinare una disposizione che impedisce alle organizzazioni internazionali non governative, le quali forniscono assistenza alle donne che decidono di abortire, di ricevere finanziamenti dal governo degli Stati Uniti. Fino a quarant’anni fa, in Italia, di aborto si moriva. Per secoli le donne hanno esercitato questa autonomia fatta di esperienze e competenze in continua tensione con lo Stato che tentava di reprimere tale attività. Per secoli il ruolo delle donne è stato legato indissolubilmente a quello di essere madri. Il femminismo ha messo in discussione questa visione di genere. Prima della legge 194 in Italia l’aborto era punito penalmente, ma se era avvenuto per salvare l’onore della donna o del suo congiunto, la pena veniva ridotta.

La gravidanza e il parto sono stati momenti considerati estremamente personali nella vita di una donna per tutta l’età moderna. Si trattava di eventi di esclusiva pertinenza femminile. Anche l’aborto, seppur punito, non era contemplato come tale prima che la donna percepisse i movimenti fetali (un indizio quindi soggettivo, personale e intimo). E’ con l’età contemporanea, con la denatalità e con le moderne tecniche mediche prenatali e di fecondazione assistita che la gravidanza, l’aborto e il parto sono stati inglobati in una visione politica (mentre ad esempio in epoca moderna la legittimità di un aborto e anche la nascita stessa erano legate più a una visione religiosa – si pensi ai tagli cesarei praticati su donne decedute al solo scopo di battezzare il nascituro ormai senza vita) e il ruolo di madre, pur non essendo più considerabile un destino inevitabile grazie alla contraccezione è ritenuto in ogni caso un dovere da compiere per il bene della Nazione. Non a caso si è parlato di corpo della donna come luogo pubblico, per citare la storica Barbara Duden.

Fonti:
Prosperi L., Nascere sotto il cavolo. Dietetica e procreazione in antico regime, FrancoAngeli
Wiesner-Hanks M., Le donne nell’Europa moderna, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino,2017
(a cura di) Filippini L., Plebani T., Scattigno A., Corpi e storia. Donne e uomini dal mondo antico all’età contemporanea, Viella, 2002
D’Elia C., Serughetti G., Libere tutte. Dall’aborto al velo, storie del nuovo millennio, Minimum Fax, 2017

https://treccani.it/enciclopedia/neomaltusianismo/

Di Eleonora Brozzoni

Laureata triennale in Beni Culturali con una tesi sui diritti delle donne in Italia, attualmente studio Storia in Magistrale. Appassionata di Storia contemporanea e indirizzata verso la Storia delle donne. Scrivo per passione e per curiosità. “Lo sviluppo dell’individuo al suo massimo potenziale è il più grande potenziale a vantaggio del gruppo” – Ella Baker Campo di studi: Studi di genere, Gender Studies, Cooperazione internazionale

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