Regione Zomia Asia
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Gran parte delle minoranze islamiche in terra asiatica ad oggi è costretta ad una vita di frustrazioni, discriminazioni ed isolamento, a causa della mancata inclusione da parte sia delle autorità coloniali, per tutto l’800 e gran parte del 900, sia delle moderne nazioni formatesi dopo il periodo della decolonizzazione. Proprio per questo, in tempi abbastanza recenti, gruppi di esperti e studiosi delle minoranze etniche e nazionali e antropologi dei popoli indigeni hanno dato vita ad una nuova macroarea immaginaria, dentro la quale includere tutti i popoli asiatici non ancora integrati nei moderni stati-nazione e dunque isolati…

Le origini del termine e i primi studi a riguardo

The Southeast Asian Massif (1997) fu il primo studio in merito, proposto dall’antropologo Jean Michaud e comprendente inizialmente un’insieme di popolazioni al di sopra dei 300 metri di altezza nel Sudest asiatico. Tale area sarà successivamente allargata e rinominata in regione di Zomia nel 2002 dallo storico Willem van Schendel, per includere più porzioni di terra ed abitanti e più stati. Il nome deriva da Zomi, un termine riguardante anzitutto le caratteristiche etniche dei popoli inclusi in tale regione, comune a più lingue tibeto-birmane, che sono cioè parlate dall’India alle varie regioni indocinesi e ai principali altopiani centro-asiatici.

Più precisamente, Zo è un termine relazionale che significa “remoto” e quindi connota il vivere nelle colline e Mi significa “persone”. Come altrove nel sud-est asiatico Mi-zo o Zo-mi designa persone che vivono in luoghi remoti e isolati, spesso zone montane. Ad oggi, molti studiosi di questa macro area si sono posti un nuovo interrogativo sulla regione in questione a causa dell’aumento continuo del numero di minoranze perseguitate in tutto il continente asiatico, tanto da domandarsi sul concetto stesso di stato-nazione in Asia. A riaccendere il dibattito intorno alla regione di Zomia è stato lo studioso James Scott, attraverso il suo saggio “The Art of Not Being Governed”, che attraverso una visione inedita presenta la regione come un «non state-space», ovvero uno spazio di resistenza alle autorità statali imposte in quelle aree. Tale visione parte proprio dall’osservazione della quotidiana azione di resistenza di molte società agrarie della regione nei confronti del processo forzato di razionalizzazione capitalistica, che negli altopiani asiatici si concretizza spesso in vere e proprie alternative politiche basate sull’identità etnica. Un’altra particolare novità che porta avanti Scott nel suo testo è l’ampliamento della tradizionale area geografica presa in considerazione, maggiormente estesa rispetto a quella concepita in origine dall’ideatore della regione di Zomia, Van Schendel, basata solamente sugli altopiani del Sudest asiatico continentale, comprendente un’estensione di circa 2,5 milioni di chilometri quadrati e popolata da circa cento milioni di persone appartenenti ai moderni stati del Vietnam, Cambogia, Laos, Thailandia, Birmania e Cina (Yunnan, Guizhou, Guangxi, Tibet e Sichuan).

L’evoluzione dell’area legata ai nuovi contesti geopolitici

La tradizionale regione di Zomia escludeva dunque quelle nuove aree che, come intendono dimostrare questo ed i successivi capitoli dell’elaborato, sono oggi invece da tenere sotto stretta osservazione: dalla regione autonoma del Xinjiang sottoposta ad occupazione cinese, al confine tra Birmania e Bangladesh; dagli stati asiatici centro-meridionali come Afghanistan, Uzbekistan, Tajikistan e Kirghizistan, all’instabilità delle aree del nord dell’India e del Pakistan, fino inoltre ad alcune isole marginalizzate del Sudest asiatico, come Mindanao nelle Filippine e Sumatra in Indonesia.

Van Schendel’s original Zomia (2002) and its extension north and west (2007), which I call here Zomia+. Map based in part on van Schendel, ‘Geographies’, p. 653.

Il saggio di Scott, che dopo Van Schendel si è posto l’obiettivo di riconsiderare nuovamente i confini dell’odierna regione di Zomia, si propone anche ampliare il campo di studio e di analisi storica ad altri studiosi ed esperti del settore, ponendo in primo piano il ruolo degli storici che hanno generalmente lasciato tale campo di specializzazione a figure diverse, dagli antropologi ai geografi, fino ai linguisti. La storiografia passata dunque ha sempre ignorato la storia dei non-state spaces, ovvero degli spazi non statali, concentrandosi invece sullo studio e sulla raccolta di dati e documenti principalmente degli stati classici, ad oggi i maggiormente conosciuti: da quelli tradizionali a quelli coloniali e a quelli legittimati oggi da un ordine sovranazionale precostituito.

Una storia dimenticata per troppo tempo…

La storia degli abitanti non inclusi o auto-esclusi dagli spazi statali, dai villaggi nelle montagne del Sudest asiatico alle minoranze nomadi dei deserti dell’Asia centrale, non è mai stata riconosciuta e studiata e ad essi venne sempre attribuito l’appellativo di barbari, di uomini indigeni e primitivi non evoluti a causa di naturali limiti legati all’isolamento geografico che non avrebbero portato ad un processo di modernizzazione nel tempo. Su tale nuova base re-interpretativa, la regione di Zomia risulterebbe essere invece la più grande area del globo non ancora incorporata nei moderni spazi dello stato-nazione e di questo aspetto ha avuto grande responsabilità la storiografia classica legata allo studio dei processi di costruzione statale, rea di non aver considerato né creato spazio nelle proprie narrazioni di un movimento inverso, legato all’a-statualità di molti popoli, concentrandosi invece unicamente sull’impostazione stato-centrica. Tale impostazione di studio ha portato numerosi problemi per molti processi politici e sociali asiatici, in cui la zona indocinese ha attraversato molti periodi storici basati sull’assenza dello Stato centrale e, seppur di recente formazione, ebbe comunque scarso impatto sui popoli amministrati. Sappiamo infatti che, approssimativamente fino all’XI secolo dell’Era Volgare, il regime politico vigente nella regione del Sudest asiatico, contrariamente al resto dell’Asia, era composta da unità elementari che si autogovernavano su base parentale. Con la nascita dei primi stati agrari si verrà dunque a creare una vera e propria frattura sociale, che porterà le società sedentarie ad essere gradualmente incluse in stabili strutture sociali mentre continueranno ad auto-escludersi dal concetto di stato le popolazioni nomadi ed autonome. Con l’avvento degli stati moderni si attuerà per la prima volta un tentativo sistematico di sradicare le tradizionali forme di agricoltura nomadica, viste come ricchissima fonte di manodopera non sfruttata.

Scott definisce questo fenomeno un processo oltre che di enclosure agricola anche di prelievo coatto di persone che dalle aree periferiche furono ricollocate all’interno del nuovo stato in condizione di semi-schiavitù e, a partire dallo stato post-decolonizzazione, l’area statale verrà tendenzialmente ampliata attraverso un nuovo e più profondo processo di colonizzazione interna. Fu soprattutto a metà del XX secolo che l’incalzante processo di espansione della sovranità statale si scontrò con il concetto state repelling definito da Scott, cioè una sottrazione volontaria, sulla base di un’agricoltura nomadico-pastorale, all’incorporazione del moderno stato industriale novecentesco.

The ‘Hindu Kush-Himalayan’ region. Map, courtesy of International Centre for Integrated Mountain Development, Nepal, www.icimod.org

Mandala vs stati moderni

Dunque, il concetto stesso di stato nel Sudest asiatico consiste in un paradigma di recente introduzione, sostituitosi al cosiddetto sistema mandala di epoca precoloniale, il quale si basava essenzialmente su una gestione del potere fondata su vari di centri statali, la cui influenza governativa si estendeva sul territorio per un raggio molto circoscritto, risultando privo di veri e propri confini esterni. Tali stati precoloniali si caratterizzavano dunque per una dissolvenza progressiva di potere ai loro margini, come una serie di cerchi concentrici, basati su una gestione labile e mobile del proprio territorio, ovvero una sorta di fenomeno stagionale simile alle migrazioni su base economica e ambientale. Per gran parte dell’Asia, specificatamente per il sud est asiatico, si tratta dunque di un processo storico a parte, completamente diverso dal modello occidentale dello stato-nazione, imposto dall’alto ad un gran numero persone.

Ed è per questo che oggi esiste un’opposizione a tale modello, culturalmente estraneo alla storia di molti popoli, al cui interno si contano ad oggi innumerevoli minoranze etniche e nazionali. Si può comprendere dunque da questo punto di partenza la tendenza alla sottrazione statale delle minoranze, così come l’incomprensione reciproca e i costanti conflitti tra esse e il governo centrale in molti stati asiatici, a partire dalle minoranze indo-cinesi come le più conosciute tibetane, uigure, hui, kahsmire e sindhi…

Fonti:

James C. Scott, The Art of Not Being Governed. An Anarchist History of Upland Southeast Asia, New Haven – London, Yale University Press, 2009

Willem van Schendel, “Geographies of knowing, geographies of ignorance: jumping scale in Southeast Asia”, in Environment and Planning – Society and Space, V.20, 6, 2002

Laura Di Fiore, “In Fuga dallo Stato: Di Fiore legge Scott” in Storica» rivista quadrimestrale, N.52, V.14, Viella, 2010

Jean Michaud, Meenaxi B. Ruscheweyh, Margaret B. Swain, Historical Dictionary of the Peoples of the Southeast Asian Massif, Boulder – New York – London, Rowman & Littlefield, 2016

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