linciaggio di new orleans
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Nel 1891 a New Orleans si è consumato il peggior linciaggio di massa negli USA; le vittime furono undici italiani accusati dell’omicidio del capo della polizia Hennessy, ma assolti nel processo. Il linciaggio fu l’espressione dell’odio xenofobo degli statunitensi anglosassoni

Quando si parla di immigrazione italiana negli USA si pensa a New York o comunque a quella zona dell’East coast. In effetti l’immagine del porto di Ellis Island dove innumerevoli immigrati, italiani e non, venivano registrati è un po’ il simbolo dell’immigrazione nel paese nordamericano. Tuttavia un altro luogo in cui l’immigrazione italiana negli USA era molto forte è la Louisiana. Ancora oggi ci sono evidenti tracce della cultura italiana, basti pensare a New Orleans dove c’è Piazza d’Italia vicino alla quale ha sede l’American Italian Cultural Center, un’organizzazione no-profit che si dedica a celebrare e promuovere la cultura e il patrimonio della comunità italoamericana della città, organizzando vari eventi e gestendo un museo. Proprio secondo l’american Italian Cultural Center la presenza di italiani nella storia della città e dello stato si registra fin dalle prime esplorazioni europee nel XVII secolo.

LInciaggio di New Orleans: la folla assalta la prigione
La folla assalta la prigione

Linciaggio di New Orleans: immigrati e pregiudizi

L’immigrazione di massa a New Orleans cominciò però negli ultimi decenni del XIX secolo, anche se alcuni italiani erano presenti già da prima della guerra civile. La stragrande maggioranza degli immigrati veniva dal Sud Italia e in particolare dalla Sicilia. Ma se oggi, in Louisiana come in altri luoghi, l’immigrazione italiana viene celebrata come portatrice di ricchezza culturale all’epoca l’opinione dei cittadini anglosassoni, come è ben noto, era ben diversa. In realtà fino più o meno al 1870 gli immigrati italiani erano abbastanza ben visti, anche perché non erano molti e tra questi c’erano intellettuali o patrioti costretti all’esilio, tra cui, seppur per un breve periodo, Garibaldi. Ma negli ultimi trent’anni del secolo le cose cambiarono radicalmente. Gli italiani cominciarono ad arrivare in massa: negli anni ‘80 furono circa 300 000, cifra che aumentò esponenzialmente nei decenni successivi. Si trattava perlopiù di persone povere, con poca o nessuna istruzione, che provenivano, come già ricordato, dal Sud Italia. Questi migranti tendevano a isolarsi e a vivere tutti insieme in quartieri dove mantenevano le loro tradizioni e usanze, come per esempio quello di New Orleans, che oggi è conosciuto come quartiere francese ma agli inizi del XX secolo veniva chiamato Little Palermo. Quei quartieri erano certamente degradati e la colpa, secondo l’opinione pubblica degli statunitensi anglosassoni, non andava cercata nelle basse condizioni sociali degli immigrati ma nel fatto che erano abitati da italiani. L’anti-italianismo era molto diffuso e le accuse a loro rivolte non sono molto diverse da quelle che oggi, in Italia, sentiamo rivolgere agli immigrati. Gli americani bianchi e anglosassoni infatti accusavano gli italiani di non voler lavorare e di portare criminalità e degrado. Entrava in scena anche il razzismo in quanto gli italiani non erano considerati del tutto bianchi e, come gli altri immigrati di cultura “latina” per esempio spagnoli e portoghesi, venivano ritenuti una razza inferiore agli anglosassoni e più in generale agli immigrati del Nord Europa.

VIgnetta satirica anti-immigrazione
Vignetta satirica contro gli immigrati. Foto da Library of Congress


Dalle vignette satiriche e gli articoli sui crimini commessi dagli italiani che comparivano su molti giornali si passò ben presto ai fatti. Negli anni ‘80 infatti associazioni anti immigrati e razziste tra cui anche il Ku Klux Klan videro ingrossarsi le loro fila, si verificarono attacchi vandalici a chiese cattoliche, alcune delle quali furono incendiate, per poi passare ad atti di violenza fisica contro gli italiani, tra cui il primo linciaggio avvenuto nel Mississipi nel 1886 ai danni di Francesco Vatolo, conosciuto però con il nome di Federico Villarosa.
Il linciaggio tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento era una pratica comune tra le comunità di suprematisti bianchi; gli italiani che subirono questi atti terribili furono alcune decine, numeri certamente estremamente più bassi di quelli avvenuti nei confronto degli Afroamericani ma bisogna comunque sottolineare come gli italini siano il gruppo etnico europeo che ha subito più linciaggi e complessivamente il terzo, dopo i cinesi e appunto gli Afroamericani.
Il peggiore di questi linciaggi avvenne a New Orleans, come detto città con una folta comunità di italiani e in cui la xenofobia verso di loro era molto alta. Certamente gli italiani di New Orleans non erano tutti brava gente, tant’è che la mafia era molto forte e agli inizi degli anni ‘90 si era creata una sfida tra le famiglie Provenzano e Matranga.

Linciaggio di New Orleans: le cause

La mafia fu la causa indiretta del linciaggio. Tutto cominciò il 15 ottobre 1890. Il capo della polizia David Hennessy, di origini irlandesi, stava tornando a casa accompagnato da un amico quando cadde in un’imboscata. L’uomo rispose al fuoco prima di cadere, intervennero i soccorsi che lo portarono in ospedale dove però morì qualche ora dopo.
Nonostante il capo della polizia non avesse detto chi gli aveva sparato, subito venne accusata la mafia. L’acredine contro gli italiani crebbe a causa di quel fenomeno ben vivo ancora oggi di generalizzare: tutti gli italinai erano mafiosi. In effetti le indagini per l’omicidio si svolsero unicamente all’interno della comunità italiana, composta da circa 30000 persone. La xenofobia verso gli italiani era infatti presente a tutti i livelli, anche nelle massime autorità cittadine: sembra infatti che l’allora sindaco di New Orleans Joseph Ansoetegui Shakspeare abbia ordinato ai poliziotti di arrestare qualunque italiano in cui si fossero imbattuti. Inoltre, pochi giorni dopo la morte di Hennessy, istituì il comitato dei Cinquanta, che aveva il compito di scoprire se esistevano organizzazioni criminali e di adottare le misure necessarie alla loro distruzione.
In breve tempo furono arrestati in maniera indiscriminata decine o addirittura centinaia di italiani, le fonti non concordano sul numero; quel che è certo è che gli arresti e le indagini furono condotte in maniera superficiale e gli interrogatori svolti con metodi brutali e illegali. Questo portò il console italiano a New Orleans, Pasquale Corte, a scrivere all’ambasciatore italiano negli Usa Saverio Fava per denunciare queste ingiustizie. Alcune di queste accuse si rivelarono fondate tanto che due inquirenti furono messi a loro volta sotto accusa.
La maggior parte degli italiani arrestati nei giorni successivi all’assasinio di Hennessy furono rilasciati, ma 19 finirono sotto processo; tra questi un ragazzo di 14 anni: Gaspare Marchesi figlio di un fruttivendolo, Antonio, anch’egli finito tra gli imputati. Questi accusati erano quasi tutti lavoratori manuali o piccoli commercianti: c’erano lattonieri, scaricatori di porto, appunto fruttivendoli o venditori di strada, ma c’erano anche un politicante di strada, Frank Romero e anche un uomo d’affari, Joseph Machaco che era altresì un importante politico. Quest’ultimo era una figura ambigua: oltre alla sua compagnia di commercio di frutta, aveva fondato anche la Innocents, un’organizzazione di immigrati siciliani che costituivano le sue guardie del corpo e i guardiani dei suoi affari. Qualcuno ritiene che questa organizzazione costituisse l’inizio della mafia a New Orleans, ma secondo altri non c’è alcuna prova in tal senso.

Il massacro e le reazioni

Il processo iniziò a febbraio 1891 e il 13 marzo ci furono i verdetti nei confronti di alcuni degli imputati: nessuno fu ritenuto colpevole. Questo risultato indignò l’opinione pubblica che credeva che la mafia avesse corrotto i giurati.
Il giorno dopo una folla inferocita, dietro l’invito di un giornale locale, si raccolse in un punto della città dove fu arringata da William S. Parkerson, avvocato nonché personalità di spicco di New Orleans, e da altri tre importanti cittadini: un altro avvocato, un uomo d’affari e un giornalista. Tra la folla c’erano anche membri del comitato dei 50, tra cui Walter Flower che pochi anni dopo divenne sindaco di New Orleans e John Parker, allora giovane uomo d’affari che però una trentina di anni dopo sarebbe stato eletto governatore della Louisiana.

LInciaggio di New Orleans: Perkerson arringa la folla
Perkerson arringa la folla. Immagine dell’Harper Weekly del 25 marzo 1891, tratta da wikipedia

I riottosi, esaltati dalle parole di Parkerson e dei suoi compagni, iniziarono a marciare verso il carcere Parish, dove erano ancora rinchiusi gli imputati, per fare giustizia da soli. Questa turba di alcune migliaia di persone sia bianche che nere, come riportava il New York Times, marciava cantando “We want the Dagoes”, dove Dagoes è un termine spregiativo che indicava gli immigrati italiani (e anche, ma non in questo caso, portoghesi e spagnoli).
Arrivati al carcere la folla trovò pochissima resistenza da parte delle guardie, alcune delle quli peraltro erano probabilmente dalla parte della folla. Dei 19 italiani sotto processo, otto riuscirono a nascondersi, alcuni nel ramo femminile del carcere, ma per gli altri undici non ci fu nulla da fare: furono catturati, e uccisi, un paio portati in strada e impiccati mentre gli altri crivellati di colpi di arma da fuoco dentro il carcere. Antonio Abbagnato, Girolamo Caruso, Antonio Marchesi (il cui vero nome era Antonio Grimando), Pietro Monastero, Emanuele Polizzi, Frank Romero, Antonio Scafidi, Vincenzo Traina, Rocco Geraci, Joseph Macheco e Loreto Comitis: questi sono i nomi dei linciati.
Il linciaggio ebbe una certa risonanza nell’opinione pubblica che generalmente si schierò dlla parte dei rivoltosi, per esempio il New York Times titolava: Il Comandante Hessenny – Undici dei suoi assassini italiani linciati dalla folla; l’articolo è in realtà scritto in un tono assolutamente neutro in cui si descrivono, anche con crudezza, gli eventi del linciaggio.

Più in generale secono gran parte dell’opinone pubblica l’odio xenofobo verso gli italiani ( e poco importa se in realtà otto dei linciati, pur essendo nati in Italia, erano stati naturalizzati e quindi solo tre avevano la cittadinanza italiana) e l’ombra della mafia sull’esito del processo erano ritenute motivazioni sufficienti per giustificare quanto accaduto. In effetti in molti ritenevano che queste azioni spontanee fossero l’unica arma con cui combattere la mafia. Anche molte personalità di spicco mostrarono simpatie verso i linciatori, tra queste la più importante è sicuramente Theodor Roosevelt che, alcuni giorni dopo i fatti, fa un breve ma significativo accenno al linciaggio in una lettera alla sorella Anna. Scrive il futuro presidente: “Lunedì sera abbiamo cenato al Camerons; cari diplomatici Dago erano tutti agitati per il linciaggio degli italiani a New Orleans. Io penso che sia una cosa piuttosto buona e l’ho detto.”

L’incidente diplomatico tra USA e Italia

Ovviamente la notizia del linciaggio di New Orleans giunse praticamente subito in Italia con un breve telegramma di Corte inviato all’allora presidente del consiglio e ministro degli esteri Di Rudinì che lo informava dell’uccisione degli italiani. Nel giro di poco tempo esplose un incidente diplomatico poiché l’Italia chiedeva giustizia ma il Governo Federale non poteva interferire troppo nell’autonomia dei singoli stati e così in pochi giorni scoppiò un incidente diplomatico in seguito che portò, a inizio aprile, al richiamo dell’ambasciatore Fava in Italia. Si tratta dell’unico caso in cui l’Italia ha ritirato il proprio ambasciatore negli USA. La frattura si ricompose dopo circa un anno, preceduta da alcuni segnali che oggi diremmo di distensione, come per esempio il discorso del presidente USA Benjamin Harrison del 9 dicembre 1890 in cui condannava il linciaggio. Alla fine l’Italia non ottenne la punizione degli assassini ma fu accolta una seconda richiesta: quella di un risarcimento alle famiglie delle vittime. Fava tornò a Washington nel maggio 1892 e pochi mesi dopo, con una sorta di ulteriore compensazione alle comunità italoamericane, Harrison istituì il Columbus Day.

La conclusione della vicenda

Certamente alcuni degli italiani linciati non erano irreprensibili, molti avevano precedenti penali, anche in Italia, o appartenevano, probabilmente, alla mafia, ma certo questo non giustifica, almeno con gli occhi di oggi, il loro linciaggio. E tuttavia per molto tempo questo drammatico evento non fu ritenuto sbagliato: il già ricordato Parker non solo non si è mai scusato per aver partecipato al massacro ma ha sempre sostenuto di essere nel giusto. In effetti ci sono voluti 128 anni per avere delle scuse ufficiali: solo nel 2019, la sindaca LaToya Cantrell si è scusata ufficialmente con la comunità italoamericana di New Orleans, riconoscendo che “Quello che è successo a quegli undici italiani era sbagliato, e la città deve a loro e ai loro discendenti delle scuse formali”.

Fonti:
J. Maselli D. Candeloro, Italians in New Orleans
LUCONI, Stefano, «La rappresentazione degli italiani nell’immaginario statunitense», Diacronie. Studi di Storia Contemporanea, 29/01/2011
M.F. Jacobson, Whiteness of a Different Color: European Immigrants and the Alchemy of Race
P. Salvetti, Corda e sapone: storie di linciaggi degli italiani negli Stati Uniti
AA. VV., Gli Stati Uniti e l’Italia alla fine del 19. secolo
V. Margravio J. Salomone, Bread and Respect: The Italians of Louisiana
D. Fiorentino, Gli Stati Uniti e il risorgimento d’Italia 1848-1901
B. H. Wall, J. C. Rodrigue, Lousiana. A History
Letter from Theodore Roosevelt to Anna Roosevelt del 21/03/1891, Harvard Collegge Library
Archivio storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, I Documenti diplomatici italiani Seconda serie (1870-1896) Volume XXIII (1° settembre 1889 – 18 febbraio 1891)
Archivio storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, I Documenti diplomatici italiani Seconda serie (1870-1896) Volume XXIV (9 febbraio 1891 – 14 maggio 1892)
Mayor Cantrell apologizes for 1891 Italian-American lynchings in New Orleans: ‘What happened was wrong’

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