apartheid namibia
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Il 28 maggio del 2021 un annuncio, passato un po’ in sordina, ha rivoluzionato la storia della Namibia, nazione africana a lungo martoriata da un passato coloniale disastroso. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, durante un incontro con la stampa internazionale, ha dichiarato per la prima volta che la Germania riconosce di aver compiuto un genocidio in Namibia durante la sua occupazione.

Fonte: ANSA

La prima occupazione

La Namibia infatti è stato il primo territorio conquistato dall’Impero coloniale tedesco. Dichiarata colonia nel 1884 dal cancelliere Bismarck, la nazione, ribattezzata dai conquistatori come Deutsch-Südwestafrika (Africa Tedesca del Sud-Ovest), fu teatro di sanguinose repressioni e massacri.

All’epoca la popolazione locale, costituita principalmente da Herero, Ovambo e Nama (in totale circa 150.000 unità) fronteggiò un flusso di coloni provenienti dalla Germania, di evidente inferiore quantità. Come per buona parte delle nazioni africane in periodo coloniale, nonostante la minoranza di coloni, questi riuscirono a soggiogare e schiavizzare gli autoctoni, gettando le basi per una futura e repentina instabilità politico-sociale del continente.

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Le Schutztruppe tedesche con alcuni rappresentatidella popolazione Nama

Il dominio tedesco durò dal 1884 al 1918, quando, a seguito dell’invasione sudafricana della Namibia durante il primo conflitto mondiale, e infine la sua conclusione, lo stato passò, per volere della Lega delle Nazioni, sotto il controllo amministrativo sudafricano.

Per suggellare l’acquisizione, i nuovi coloni non mancarono di apporre il loro sigillo ribattezzando la nazione Africa del Sud-Ovest, nome con cui sarà riconosciuta fino alla sua indipendenza. I sudafricani promossero loro stessi come liberatori del popolo namibiano, denunciando pubblicamente, attraverso il Blue Book – un rapporto consegnato agli inglesi nel 1918 – le atrocità commesse per mano tedesca e dichiarando che le cose sarebbero state totalmente diverse sotto il controllo sudafricano. Ma fu davvero così?

L’amministrazione sudafricana

Nel periodo tra i due conflitti mondiali le promesse fatte dall’Unione Sudafricana presto vennero disattese, e numerose furono le nuove repressioni a danno delle popolazioni: gli Herero, i Nama e gli Ovambo insorsero a più riprese per rivendicare nuovi diritti sociali e civili  – per esempio, i salari bassi, le ore di lavoro che sfioravano (abbondantemente) la schiavitù; anche l’educazione divenne terreno di scontro, affidata ad organizzazioni protestanti – stanziate dal periodo coloniale tedesco – che indottrinavano la popolazione con religioni e culture estranee alla tradizione.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale la Lega delle Nazioni si ristrutturò divenendo l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il nuovo organo internazionale riprese in mano la questione della Namibia che, formalmente, era stata posta sotto il controllo sudafricano solo temporaneamente, in attesa di indipendenza o di ottenere lo status di colonia da parte dell’Impero britannico. Ma a nulla servì l’intercessione dell’ONU: l’Unione Sudafricana presentò i risultati di una serie di consultazioni interne avvenute tra l’Assemblea Legislativa e i leader delle comunità namibiane secondo le quali si era votato a maggioranza per l’incorporazione dell’Africa del Sud-Ovest al regime del Sudafrica.

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Rappresentazione dello sfruttamento della Namibia

Di fatto le consultazioni ebbero realmente luogo e reali furono i risultati proposti alle Nazioni Unite, ma solo ricerche post-indipendenza hanno rivelato che molti dei rappresentanti di Herero, Nama e Ovambo furono tenuti all’oscuro o addirittura non consultati. Nasce così, nel 1946, la quinta provincia sudafricana. Il territorio rimase formalmente sotto il controllo di Johannesburg, anche se di fatto il nuovo incarico non venne mai ufficializzato né ratificato da nessun organismo internazionale.

L’Apartheid anche in Namibia

Il Sudafrica – il cui governo era a maggioranza bianca – instaurò anche in Namibia quel regime tristemente noto come Apartheid. Tra gli anni ’50 e ’60 numerosi leader delle popolazioni autoctone – e anche esponenti di altre nazioni africane e non – denunciarono la segregazione razziale in atto in Namibia e Sudafrica, tanto che il governo boero ricevette numerose pressioni e sanzioni economico-commerciali internazionali. Ma nulla cambiò. L’Occidente continuava ancora a commerciare con Città del Capo, attratta dalle innumerevoli risorse preziose – oro, platino, diamanti – presenti nelle sue province.

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Manifesto della SWAPO

La nascita della SWAPO

Le correnti politiche e sociali di stampo comunista sempre più calzanti nel secondo dopoguerra alimentarono la reazione degli intellettuali locali. Come in Sudafrica – grazie a Nelson Mandela e ai suoi seguaci – dove si diffusero le idee del partito African National Congress (che richiedeva, anche con azioni violente, la fine della segregazione razziale), lo stesso accadde in Namibia, negli anni Sessanta, dove nacque la SWAPO (South West African People’s Organisation) nel 1960.

Il partito, di stampo marxista, richiese più volte l’aiuto della comunità internazionale per porre fine alle atrocità dell’Apartheid, all’occupazione militare della sua nazione e infine per ottenere l’indipendenza. Di fronte al silenzio e al muro di omertà delle Nazioni Unite la SWAPO, dopo due anni di vani tentativi, adottò una linea definita terroristica, strutturandosi definitivamente oltre come partito, come organizzazione paramilitare, sempre legata all’ideologia indipendentista e marxista. Il suo braccio armato prese il nome di PLANPeople’s Liberation Army of Namibia.

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Spiaggia riservata ai bianchi in Namibia

L’escalation e la fine della violenza

L’attività paramilitare della SWAPO ebbe inizio ufficialmente nel 1966. In principio la PLAN organizzò isolate azioni di guerriglia. In seguito queste si intensificarono quando il governo sudafricano reagì violentemente alle numerose incursioni dell’organizzazione che aveva trovato basi ed alleati nelle vicine Zambia ed Angola. L’attività terroristica si protrasse a lungo in Namibia, per circa vent’anni, dando vita ad una sanguinosa guerra per l’indipendenza che ha tormentato la storia più recente della nazione.

Dagli anni Settanta in poi le rivendicazioni del popolo namibiano iniziarono flebilmente ad essere ascoltate, anche dall’Occidente, e attraverso l’ONU molte nazioni intrapresero svariate iniziative diplomatiche. Queste spesso sfumarono causa Guerra Fredda, dove il blocco statunitense e sovietico giocarono le loro partite di potere anche su suolo africano, sempre più attratto dalla protezione russa. Alla fine degli anni Ottanta inizia finalmente un ultimo – anche se violento e tortuoso –  processo diplomatico destinato a culminare nelle prime elezioni libere del 1989 (in cui votò il 98% degli aventi diritto) e nell’indipendenza nel 1990. Il leader della SWAPO Sam Nujoma divenne ufficialmente capo di Stato con poteri esecutivi della Repubblica di Namibia, carica che ricoprirà fino al 2005.

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Manifesto del 1987 di una conferenza sull’Apartheid in Namibia

La Namibia e il Sudafrica hanno condiviso un cammino storico ostacolato dal colonialismo, dall’Apartheid, dalla guerriglia e da grandi personaggi della storia che hanno cercato con tutte le loro forze di liberare le proprie nazioni – Toivo ya Toivo, uno dei fondatori della SWAPO ha condiviso con Nelson Mandela anche il triste destino carcerario, a Robben Island, al largo di Città del Capo.

Dalla dichiarazione di indipendenza ad oggi la Namibia è cresciuta negli indici di sviluppo internazionali, anche se lentamente e con innumerevoli discrepanze nel processo democratico.

La dichiarazione del governo tedesco del 2021 – che certamente lascia un po’ di amaro in bocca per il suo ritardo – risulta però essenziale per riallacciare i legami con il passato coloniale spesso volutamente seppellito e dimenticato.

Extra

Qui un video in cui alcune e alcuni militanti della SWAPO dichiarano apertamente le ragioni che li hanno spinti ad unirsi alla lotta. Nella seconda parte l’intervento di Sam Nujoma.

Fonti:

Peter H. Katjavivi, A History of Resistance in Namibia, Africa World Press, Trenton, 1998

Marion Wallace, A History of Namibia: from the beginning to 1990, Columbia University Press, New York, 2011

Di Simona Amadori

Marchigiana di nascita, torinese d’adozione, sono laureata magistrale in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi sul femminismo e la nascita del servizio consultoriale torinese. Attualmente sono Professoressa di Italiano, Storia e Geografia. Amo scrivere e soprattutto scrivere di storia, con un occhio di riguardo verso la sua contemporaneità e ai suoi eventi più particolari. Altra mia passione sono i Gender Studies, campo in cui mi sono specializzata. Campo di studi: Storia contemporanea, studi di genere, storia delle donne Contatti: simona.amadori90@gmail.com

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