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Il gelsomino è una pianta di estrema bellezza, che, sin dai tempi antichi, ha affascinato anche per le sue molteplici qualità officinali. Importato in Europa dall’Oriente, si è diffuso molto rapidamente, soprattutto per l’uso ornamentale.

Un fiore che incanta col suo profumo

Numerose sono le leggende legate a questa miracolosa pianta che ha estasiato anche Cosimo III de Medici che ne divenne quasi ossessionato. Il Granduca, infatti, fece importare diverse piante esotiche direttamente da Goa, in India, nella seconda metà del XVII secolo. Tra queste vi era anche una speciale varietà di gelsomino che conquistò Cosimo a tal punto da far costruire una serra nell’Orto Botanico di Pisa per ospitare quell’unica pianta. Fu custodita così gelosamente dal Granduca che emanò un’apposita ordinanza che vietava la diffusione e la coltivazione di quel “Mugherino del Gran Duca” – così ribattezzato dal popolo, incuriosito da un divieto così bizzarro. Per oltre un secolo, fino al 1791, il veto rimase attivo.

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Il Mugherino del Granduca dipinto da Bartolomeo Bimbi

Diverse specie di gelsomino si diffusero nel tempo grazie all’importazione e, nel Bel Paese, questa pianta trovò il clima ideale dove crescere e svilupparsi, soprattutto in Sicilia, dove divenne fondamentale nello sviluppo dell’economia dell’isola. Fiorenti erano infatti le coltivazioni di gelsomino siciliano, fino agli anni Settanta, periodo in cui la chimica entrò di forza nell’economia profumiera.

Le “donne dei gelsomini”

Questa pianta era usata per produrre profumi (soprattutto francesi) rinomati per la loro fragranza delicata, adatta alle donne più abbienti e che esprimeva il loro status sociale. Questa delicatezza si rifletteva anche nella fragilità del fiore, che doveva essere colto da mani esperte, veloci e capaci di non rovinare un capitale così esile. Le mani delle donne erano le migliori a poter compiere un compito così raffinato.

Milazzo, cittadina portale della Sicilia nord-orientale, sorge su una piana alluvionale, estremamente fertile e adatta proprio alla coltivazione floro-vivaistica. Qui, negli anni Trenta, causa la crisi del settore vinicolo, i proprietari terrieri convertono le coltivazioni, inserendo colture di gelsomino nel territorio. Ad esse si affiancano due distillerie che danno un notevole slancio all’economia della zona, impiegando moltissimi dipendenti: tra questi vi sono anche le raccoglitrici di gelsomino, fondamentali per tutta la filiera.

Tra gli anni Trenta e Quaranta sono impiegate più di duemila donne nella raccolta dei soffici fiori bianchi, destinati alla distillazione profumiera. Il lavoro della raccoglitrice non è affatto semplice: costantemente chinata, coi piedi nudi, a bagno negli acquitrini; gli orari di raccolta si distribuivano in turni di sei o sette ore continue, dalle prime ore della notte fino al sorgere del sole; il salario, già misero per un normale operaio dell’epoca, lo era ancora di più in quanto donne (una media di 1.800 Lire mensili); infine era un periodo storico dove il lavoro minorile era ampiamente sfruttato, quindi si diventata raccoglitrici già da bambine.

Anni ’30. Gelsominaie siciliane

Uno sciopero di donne, per le donne

Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Italia intera affronta un periodo di depressione economica, ma la volontà di ripartire è più forte che mai. I primi governi repubblicani, per incentivare la ricostruzione ed alimentare la transizione economica verso il nuovo assetto industriale, usano numerosi strumenti tra cui una politica di moderazione salariale. 

In particolare al Sud, prettamente agricolo, queste scelte si traducono in un già consolidato strapotere dei proprietari terrieri, nello sfruttamento lavorativo e nell’abuso del cottimo. Nell’agosto 1946, a Milazzo, le tensioni sfociano in uno sciopero: le gelsominaie, pagate poco più di 25 Lire al chilo raccolto, incrociano le braccia e, per nove giorni, si rifiutano di lavorare.

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Le gelsominaie di Milazzo nel 1947

Una donna, una vera “capopopolo” si pone alla testa dello sciopero: Grazia Saporita, detta “La Bersagliera”, per il suo forte carattere. Le gelsominaie (tutte tra i nove e i cinquant’anni) si interfacciano prima coi rispettivi datori di lavoro, richiedendo un miglioramento delle condizioni lavorative, ma, non ricevendo risposta, si recano presso il Commissariato di polizia locale che viene da loro occupato. Tutte insieme, in sciopero, per rivendicare il loro diritto ad un salario dignitoso, la continuità lavorativa (ovvero lavorare per più di cinquantuno giorni consecutivi per avere diritto alla disoccupazione) e un equipaggiamento adatto.

Dopo tanto clamore, le rivendicazioni delle gelsominaie vengono accolte dalle aziende. Il salario viene aumentato a 50 Lire al chilo raccolto e vengono finalmente dotate di stivali, cappelli e grembiuli per proteggersi dall’umidità e dagli insetti.

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Cesta per la raccolta del gelsomino

Questo sciopero fu solo il primo che le “donne dei gelsomini” intrapresero per il miglioramento delle loro condizioni lavorative. Dagli anni Cinquanta in poi gli stipendi furono progressivamente alzati da 80-90 Lire al chilo, fino ad arrivare a 1.050 Lire nel 1975. Gli scioperi attrassero anche altre lavoratici siciliane, sempre sottopagate, come le cavatrici di agrumi di Barcellona di Pozzo di Gotto, le incartatrici di Capo D’Orlando, le raccoglitrici di olive dei Nebrodi, varcando anche i confini regionali, alimentando la voglia di diritti sociali in altre lavoratici.

La fine delle gelsominaie

Tuttavia a partire dagli anni Sessanta il settore inizia a subire una crisi destinata a finire nel peggiore dei modi. I primi accenni di globalizzazione, quindi l’importazione a basso costo da altri paesi – soprattutto asiatici – di gelsomini per l’industria profumiera fu la prima causa. Infine, negli anni Settanta, l’avvento dei processi industriali chimici, la creazione in laboratorio di aromi e profumazioni sintetici, meno costosi e meno complicati da produrre, diedero il colpo finale ad un’economia fragile. Questo, ovviamente, decretò la fine di un mestiere la cui memoria oggi alberga ancora nelle gelsominaie in vita.

Approfondimenti

I nostri lettori qui possono ascoltare una preziosa testimonianza di due gelsominaie, registrata da Legambiente Tirreno nel 2014.

Fonti:

Maria Rosa Cutrufelli, Disoccupata con onore – lavoro e condizione della donna, Mazzotta Editore, Milano, 1975

Marta Fana, Simona Fana, Basta salari da fame!, Laterza, Bari, 2019

Camilla Ravera, Breve storia del movimento femminile in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1978

E. Susini, Storia di piante famose: il Mugherino, o Gelsomino del Granduca di Toscana, in Rivista di ortoflorofrutticoltura italiana, Vol. 39, No. 9/10 (Settembre-Ottobre 1955), pp. 460-463, reperibile all’URL https://www.jstor.org/stable/42873276?readnow=1&refreqid=excelsior%3Af1eff3acfda4818afd4cc5a649b59e44&seq=2#page_scan_tab_contents

Di Simona Amadori

Marchigiana di nascita, torinese d’adozione, sono laureata magistrale in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi sul femminismo e la nascita del servizio consultoriale torinese. Attualmente sono Professoressa di Italiano, Storia e Geografia. Amo scrivere e soprattutto scrivere di storia, con un occhio di riguardo verso la sua contemporaneità e ai suoi eventi più particolari. Altra mia passione sono i Gender Studies, campo in cui mi sono specializzata. Campo di studi: Storia contemporanea, studi di genere, storia delle donne Contatti: simona.amadori90@gmail.com

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